Torre Archirafi

Il borgo di Torre Archirafi, ha la sua origine proprio dalla Torre, già citata nel XIV secolo ma probabilmente presente da prima.
Ad oggi è sede della movida estiva e del passeggio sul lungo mare.
Molti sono i
​La Torre degli Archirafi
L'antica torre difensiva, oggi scomparsa, aveva un ruolo importantissimo per l'avvistamento dell'arrivo di eventuali nemici o pirati, un sistema di fuochi(di notte) e di fumo(di giorno) permetteva di comunicare il pericolo, preparando già la difesa contro di essi.
Per lungo tempo, la torre, fece parte della Conte di Mascali, e fu sistemata e più volte citata nel corso del tempo. Tibuzio Spannocchi(1578) e Camillo Camilliani(1584) la citano.
La Torre era ubicata in riva al mare, quasi di fronte alla chiesa parrocchiale, si potrebbe ipotizzare
dove ad oggi si trova un basamento di cemento che interrompe la spiaggia, proprio appena sotto la
piazza. La struttura comprendeva la torre e una muraglia, dove sicuramente erano conversate armi,
la stalla e quanto serviva ai soldati per fare la guardia.
La torre era alta circa 13 metri, larga 6 metri e mezzo e​
posava su un massiccio(un basamento che dava ulteriore
forza alla struttura) altro circa 3 metri, all'interno un vano di 5 metri e mezzo di diametro.
​
​
​
​
Luoghi principali
Palazzo Vigo
Il Palazzo con l'arco, come viene più comunemente chiamato, era una dimora, sui tratti delle fortezze, voluta da Francesco Natoli Moncada, che aveva ereditato il titolo di Duca di Archirafi.
​
La chiesa
Il Lungomare
​
La cupola
​
U sugghiu
​
​
​
Testo del documentario
​
Un luogo la cui storia si perde nei secoli, segnato da un’antica torre oggi scomparsa, un palazzo e un’antica chiesa, le leggende di una creatura notturna e tanto altro; stavolta non saremo soli a raccontarvi questo viaggio: ci accompagneranno i brani di Ture Most, musicati da R-Most. Due fratelli, un cantautore e un compositore, che vivono e respirano la realtà del luogo che stiamo per scoprire. Vi parleremo di Torre Archirafi, frazione di Riposto.
​
È difficile dare una data esatta della nascita del piccolo nucleo di Torre Archirafi, possiamo però iniziare da dove probabilmente tutto è realmente nato, dalla famosa torre d’avvistamento detta appunto dell’Archirafi.
In un documento che risale al 1406 si parla dello stanziamento di una somma di 146 onze per la sua sistemazione, questo implica che esistes se già da tempo.
La sua posizione non casuale, è strategica per la difesa. Sita in un punto di avvistamento ampio della costa da dove si potevano facilmente individuare le incursioni dei pirati o l’arrivo dei nemici. Diverse sono le occasioni che la Torre degl’Archirafi viene citata, come riferimento per la concessione in enfiteusi di terreni adiacenti, o per battaglie. Viene citata anche da Tibuzio Spannocchi nel 1578 e da Camillo Camilliani nel 1584. Ricorrente in svariati contesti storici, la torre si rivela un elemento chiave per lo sviluppo di questa zona, che per lungo tempo ha fatto Contea di Mascali.
La struttura della torre era alta 6 canne e 6 palmi da terra, con un vano interno di 20 palmi, e una muraglia spessa 2 palmi posando su un massiccio di 12 palmi, ed aveva una forma lievemente conica. Queste misure ormai in disuso, si possono confrontare e chiarire con le attuali . Riportiamo quindi queste unità di misura secondo quanto era utilizzato in Sicilia all’epoca confrontandoli con i nostri metri attuali.
-
l’unità di misura della canna è di: m. 2,062
-
il palmo è di: 25,81 cm
-
Quindi secondo quanto detto, la torre era alta pressappoco 13 metri e mezzo. lo spessore dei muri era di circa 50 cm mentre lo spazio al suo interno era di 5 metri e 16 circa, posando su un massiccio alto più o meno 3 metri.
Ma dove si trovava la torre, non essendoci più traccia di essa oggigiorno? Dalle fonti e con gli studi più recenti, la sua ubicazione risulta essere più o meno di fronte all’attuale chiesa di Santa Maria del Rosario, ma l’assenza di resti la fa apparire come una struttura che si perde nella leggenda, eppure fino alla metà del XIX secolo viene ancora citata. Probabilmente gli ultimi resti sono andati distrutti a causa delle mareggiate nonché dal rimaneggiamento della costa, dato che la stessa torre con la struttura annessa posavano sulla spiaggia in riva al mare.
Un’altra torre è tuttora presente nello stesso paese: la Torre Modò. Costruita nel 1567, anche se alcuni rinvenimenti fanno tuttavia presumere l’esistenza di una struttura precedente. Attualmente ricade all’interno di una proprietà privata.
​
Ma torniamo alla storia del paese, difficile ancora poterlo definire tale, poiché tra i secoli XVI e XVIII questi erano terreni concessi in enfiteusi a famiglie ricche e famiglie nobili di Acireale e Messina, terreni coltivati, e spesso residenza estiva delle stesse famiglie, anche se va detto che molti di questi erano canneti o zone paludose, bonificati poi nel corso del tempo. Un nome spicca nel corso della storia, Giovanni Natoli Ruffo(1714-1769), principe di Sperlinga e duca messinese, ma anche un intellettuale poliedrico interessato a letteratura, arte, numismatica e filosofia.
Il Re Carlo III nel 1741 concedeva il titolo di Duca d’Archirafi a Giovanni Natoli Ruffo, titolo che sarà poi dato a Francesco Moncada Natoli, che fece erigere il palazzo con l’arco e annessa la cappella, dedicata alla Madonna della Lettera. La nascita della Ducea non fu però pacifica. I Natoli dovettero affrontare la forte avversione dei territori confinanti, in particolare la Contea di Mascali e la città di Jaci, oggi Acireale, che vedevano nella nuova giurisdizione una minaccia ai propri privilegi e confini. Questa nomina da parte di Re Carlo sancì il possesso legale del borgo e diede il via a una fase di sviluppo che non era solo economico (legato al vino e al commercio marittimo), ma anche culturale.
Con la riorganizzazione amministrativa dell'Ottocento, Archirafi perse il suo status di entità separata per diventare una frazione di Riposto. Il borgo si sviluppò comunque attorno al nucleo storico del palazzo ducale e della chiesa settecentesca, che nel corso del XIX secolo passò alla famiglia Vigo di Acireale che ampliò e restaurò durante l'Ottocento, assumendo l'aspetto monumentale che conservano oggi.
​
Il palazzo, che evoca nelle forme l’imponenza delle antiche fortezze, un tempo traeva prestigio dall’antica torre difensiva oggi scomparsa. Sulla struttura svetta ancora una tipica merlatura, che conferisce un’aura di austera nobiltà a questa dimora dai tratti tipicamente siciliani. Fa bella mostra la pietra lavica nei pilastri e nelle arcate, nonché nelle cornici delle finestre che si aprono su uno splendido mar ionio.
All’interno ormai non sono più presenti gli arredi, è rimasta però un particolare ed originale cucina, ricca di maioliche e con ancora gli utensili dell’epoca. Oggi la struttura è sede di mostre e convegni, ma trova il suo momento di massimo splendore nel celebre Presepe Vivente del Pescatore. L’evento culmina nel suggestivo rito dell’Epifania, quando i Re Magi approdano dal mare, regalando un’atmosfera unica e senza tempo.
Nell’ampio cortile, dove vi sono ancora le tracce dell’antico basolato su cui passavano le carrozze, si trova un maestoso albero di Ficus.
​
Il Ficus macrophylla è una pianta maestosa e imponente, celebre per il suo portamento monumentale e le spettacolari radici aeree che, toccando terra, diventano nuovi tronchi detti 'colonnari'. Presenta foglie molto grandi, coriacee e di forma ellittica, di un colore verde scuro lucido nella parte superiore e color ruggine nella parte inferiore. I frutti sono piccoli fichi di forma ovoidale, detti siconi, grandi appena un centimetro e non appetibili. Le imponenti dimensioni lasciano sbalordito chiunque vi passi sotto: l'esemplare di Torre, in particolare, ha un tronco con una circonferenza di circa 9 metri e una chioma che supera i 20 metri sia in larghezza che in altezza.
​
Accanto all’imponente palazzo, si trova la chiesa dedicata alla Madonna del Rosario, come già detto in precedenza in origine era dedicata alla Madonna della Lettera, titolo proveniente dalla città di Messina, collegata alla leggenda che vi pone la protezione della Vergine nei confronti della città attraverso una lettera chiusa da una ciocca di capelli.
La chiesa nelle sue fattezze attuali, come già detto in precedenza, è frutto di ampliamenti avvenuti nel corso del XIX secolo, conclusi nel 1892, col supporto economico della famiglia dei Vigo e della popolazione.
L’Esterno si mostra semplice, con la forma detta a capanna, con un portale in pietra lavica e un’artistica meridiana a muro sulla parete meridionale che dà sulla piazza. Particolari sono i portoni in bronzo, riccamente decorati, realizzati in tempi piuttosto recenti.
Varcata la soglia, l’impianto architettonico, a due navate, riflette l’estetica neoclassica ottocentesca. Al suo interno, la ricchezza degli stucchi fa da cornice a opere d'arte eccellenti, come le tele della Madonna del Rosario e dell’Ascensione insieme a un pregevole Crocifisso ligneo settecentesco.
Elemento centrale è la macchina d’altare maggiore, che accoglie la statua della Madonna del Rosario. i fedeli la omaggiano annualmente in ottobre a cui si affianca, con cadenza quadriennale, la maestosa celebrazione di agosto, testimonianza della profonda devozione della comunità.
Ulteriori simulacri e dipinti completano il ricco corredo artistico del tempio
​
Il paese si sviluppa su strette stradine molto caratteristiche, che riportano alla mente tempi in cui gli antichi abitanti vivevano semplicemente e in cui risuonavano i canti e le nenie che allietavano i momenti di duro lavoro dei pescatori. Un tempo questa era vita, si viveva di quel che dava la terra o il mare, raramente ci si spostava lontano dal borgo. E l’odore di pesce, di lavoro, di dignità arricchiva di giorno in giorno le case non tanto a livello economico quanto nell’animo.
Ad oggi il paese si popola prettamente nel periodo estivo, sede di villeggiatura nonché meta della movida serale estiva per passeggiare sul lungomare Edoardo Pantano, strada arricchita dalla pista ciclabile che parte da Torre e arriva fino alla foce del Fiume Alcantara.
​
Sullo stesso lungomare, una particolare struttura, ormai erosa dal tempo spicca dal terreno, si tratta di quella conosciuta come “la cupola”, è ciò che rimane di una ben più ampia costruzione interrata costruita nel periodo bellico dai tedeschi per presidiare la zona contro l’avanzata degli angloamericani.
A differenza di altre strutture simili, costruite di solito in cemento armato, questa è in ferro, più resistente all’effetto corrosivo della salsedine, nonché alle mareggiate. Un tempo delle feritoie oggi murate, vi erano finestre che consentivano l’attacco. Oggi, di quel trambusto, di quella storia macchiata dal sangue di migliaia di soldati e civili non è rimasto più nulla, ma resta comunque un monumento che negli anni avvenire ci deve far riflettere su quanto, noi umani, siamo capaci di compiere delle atrocità contro noi stessi.
​
Come già detto in precedenza, un tempo, lungo la costa di Riposto, esisteva un ambiente naturale oggi scomparso: il canneto di Torre Archirafi.
Era una vasta zona umida, ricca di canne e vegetazione palustre, fondamentale per l’equilibrio dell’ecosistema costiero. Un luogo silenzioso, ma pieno di vita, rifugio per numerose specie di uccelli, insetti e piccoli animali.
Il canneto proteggeva la costa dall’erosione e dalle mareggiate, svolgendo un ruolo naturale prezioso. Con il tempo, però, l’urbanizzazione, la modifica dei corsi d’acqua e l’intervento umano ne hanno causato la progressiva scomparsa.
Oggi ne resta solo il ricordo: la perdita di un ecosistema vitale e di una parte della memoria ambientale di Torre Archirafi.
​
Nel canneto in riva al mare, pare si aggiri un mostro, U sugghiu. Molti ne rivendicano l’avvistamento in diversi luoghi della Sicilia, ma a Torre è particolarmente viva questa leggenda, specialmente per alcuni avvenimenti accaduti negli anni 80, qualcuno dice di aver visto emergere un pauroso mostro marino dalle acque della costa e che, dopo aver emesso un urlo disumano e spaventoso, aveva divorato un vitello intero. Ovviamente la notizia fece scalpore, tanto da portare a una vera e propria caccia al sugghiu, culminata con un colpo di arma da fuoco che dicevano avesse sconfitto il mostro.
Fantasia popolare, alimentata da alcuni fatti evidenti, come la sparizione di bestiame o danneggiamento delle coltivazioni.
Ma quali sono le sembianze du sugghiu? Diverse sono le versioni, un rettile anfibio, un enorme roditore, una serpe di grandi dimensioni, una scimmia, un mostro metà rettile metà uomo, insomma qualcosa di brutto e mostruoso dal verso terrificante, tanto da restare nel detto popolare “si bruttu comu u sugghiu da Turri”.
Diverse sono le leggende di mostri o fantasmi che si aggirano per la Sicilia, usati spesso per evitare che i bambini facessero i monelli, chi non ha mai sentito parlare della Marabecca nel pozzo? Insomma, anche Torre ha il suo mostro, quella leggenda che crea sempre un certo timore ad avventurarsi, e che infonde un tocco di magia e mistero a questo luogo.
​
Le atmosfere sonore che hanno accompagnato questo racconto sono opera di Salvo e Roberto Mostaccio, noti come Ture Most e R-Most. Attraverso le loro note, la quotidianità assume una nuova luce, trasformandosi in una colonna sonora che scandisce i momenti salienti della nostra vita. L'ispirazione dei due fratelli affonda le radici nell'eredità del padre, Frank Mostaccio: un cantautore che, anche se scomparso anni fa, ha lasciato un patrimonio musicale prezioso oggi tenuto vivo e tal volta reinterpretato da Salvo e Roberto con toni nuovi e contemporanei. Le loro note trasportano di continuo l’ascoltatore sulle strade del “passiu di torre” e regalano immagini di storie provenienti dal passato, a tratti anche dimenticate.
​
C’è una frase ricorrente in queste canzoni che mi fa riflettere “Non siamo nati sulla spiaggia ma in mezzo agli scogli quindi non sappiamo dare forma ai nostri sogni”. Si, in effetti, non so cosa vuol dire giocare con la sabbia in riva al mare, ma se ci penso, il mare cancella tutto quello che si fa con la sabbia, mentre gli scogli resistono. Probabilmente non siamo fatti per le cose facili ma per ciò che resta, forse ci vorrà del tempo.
E quanti prima di noi hanno costruito con fatica tutto quello che oggi ammiriamo, il loro nome oggi non lo ricorda più nessuno, eppure è grazie ad ognuno di essi se siamo quel che siamo. Le fatiche, i sentimenti, i pianti, le gioie… Gli uomini passano…
Probabilmente un giorno nessuno si ricorderà più di me, ma confido che anche un solo granello di quello che ho fatto resti nel tempo, per sempre.
Improvvisamente arriva il giorno dell’ultimo grande volo, oltre la terra, il mare, il cielo; il giorno che non faremo più parte della memoria del cosmo, ma saremo impregnati di eternità.
Quindi … Vola, sempre alto, oltre le stelle, oltre l’universo. E imprimi la tua immagine la dove il tempo non corrode. Scolpisci nella roccia i tuoi sogni, così che prendano forma e vivano per sempre.
​
​
​
​


